Profil de caio giulioper avere consapevolezza...PhotosBlogListesPlus ![]() | Aide |
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per avere consapevolezza dei limiti devi superarli20 novembre Inneres Auge?Khalid somiglia a un piccolo topo. Quando sorride i suoi denti si sporgono gentilmente in avanti ed è cautamente orgoglioso della sua familiarità con questa lingua, un tempo sconosciuta, e che adesso impara a pronunciare. Indossa sempre un bomber che ha imparato a chiamare "giubbotto". Usa sempre il termine ogni volta che deve costruire una frase, quando i suoi insegnanti vogliono metterne alla prova l’apprendimento. Lui saluta tutte le volte che va via. Saluta, ringrazia e probabilmente pensa sia più grande ciò che il suo insegnante dona lui di quello che lui dona a chi lo introduce alla comprensione elementare delle frasi di convenienza di una lingua che non c’è. La sua ingenuità non conosce ancora l'egoismo del dono e il feticismo cristiano della benevolenza. Non conosce il masochismo di Cristo, Khalid, e del profeta ha un'immagine morigerata e distratta. Non frequenta le moschee, è certo un musulmano della domenica ma non immagina quanto gli peserà quella semplicità appresa, quella nuova lingua, quando, senza volerlo, le sue contraddizioni e i suoi paradossi entreranno nella sua vita tradizionale. E' così fragile il bene, come un terreno lentamente lambito da un mare, che dentro penetra di vene d'acqua salata e lentamente corrode. L'usura del tempo cancella i colori e avvicina la visione del mondo a una fredda indistinzione di ritratti sfumati. << "Ciao Khalid", dentro la sua piccola Karachi a misura d'uomo, le macchine frenano all'improvviso tracciando a terra l'impressione di gomme bruciate, odori di kabab e spezie misti a una nebbia che sa di bruciato, strane firme si leggono sui muri che non riesco più a leggere con la coscienza del mio tempo giovane. "Ciao maestro", odio questo saluto ma quella gentilezza fanciullesca e antica al tempo stesso annulla le mie consolidate idiosincrasie. E non amo nemmeno questo odore intenso, acre di fordismo alimentare, nè sopporto le barbe e i cappelli dei religiosi o il canto strozzato in gola e ossessivamente ripetuto delle preghiere notturne. "Datemi le vostre numerose masse" recita la Statua della libertà, proiettando le sue viscere d'acciaio verso un oceano crudele, "e le libereremo dalla libertà falsa" risponde Karl Marx dall'altro lato. E si avvicinano, Marx con la sua ampia fronte e i capelli imbiancati; la Statua della libertà con il suo sguardo cieco, come due amanti accomunati dal fato di Tiresia. "Datemi le vostre numerose masse" e col pegno delle vite degli altri non faremo altro che restituire imprevedibilità a una storia che non conosce profeti >>. Il maestro ormai ha vissuto tanti anni eppure è giovane, il suo corpo ha esultato su altri corpi, conosce le viltà dell'inganno e la disillusione dai desideri più grandi, e per quanto ancora creda in alcuni dei suoi vecchi fantasmi, continua a sbagliare. Ma c'è forse maggiore insidia di una vita senza passioni? Vi sfido a biasimare questo egoista dell'altruismo, perso nella giungla di luci e nebbia di una Roma che muore, perché se non si è Nietszche, se non si è sperimentato fino in fondo l’assoluta conseguenza delle parole sulle cose nella propria vita, non si ha alcun diritto a giudicare. I codardi hanno solo il diritto al silenzio. Forse di questo Francesco è consapevole e senza sapere bene se è codardo o meno oggi tace per sicurezza. Agli angoli della strada, chiude gli occhi bassi a terra e cammina con una perfezione degna della grazia divina, accarezzando appena i lampioni. La loro luce si diffonde nel freddo di un novembre assente, lontano l'odore di grande cimitero del centro cittadino. "Maestro" pensa Francesco, con le sue spalle ampie e un soprabito nero a fare da cornice ai suoi sorrisi autoironici e alla sua insonnia coltivata fin dai primi anni di studio universitario. Khalid invece svolta l'angolo e torna a casa. Della notte conosce ancora la paura e non la bellezza, la detesta perché gli ricorda il modo in cui vede il giorno al mattino, prima di iniziare a lavorare. Alle sei è già al mercato, dove scarica cassette di frutta fino all'una di pomeriggio, con l'umidità che entra nelle ossa e l'odore di marcio della roba andata a male. Alle quattro e mezza si sveglia, fa una rapida doccia, prende un caffè macchiato e va stiparsi dentro un notturno pieno della mani che costruiscono le case che ci regalano i nostri genitori riempiendole di beni sovrabbondanti come solo la miseria dei ricchi sa essere. Questi notturni fanno una puzza tremenda, ti senti addosso il sudore già prima di aver lavorato e Khalid, che ha un senso indubbio della ragionevolezza delle cose, sa che ciò è male. Per questo la sera torna presto a dormire e quando viene a lezione di italiano ha due cuori, uno che gli dice di restare e l'altro che conosce bene il fastidio agli occhi delle mattine senza sonno e senza doccia. Dietro l'angolo di Francesco non c'è altro che una noia infinita e l'esigenza di accumulare esperienze per arrivare alla notte più tarda con l'impressione di aver fatto qualcosa per cui sentirsi meritevole di dormire. E quando non gli viene il sonno, beve e poi si infila dentro le coperte messe alla rinfusa. Prova una sensazione di calore in quell'accoppiarsi di lane e piumoni, come un collage tessile sulla sua pelle. Quando insegna a Khalid le parole nuove e si muove, con una certa consuetudine, tra lingue differenti, prova una strana soddisfazione. Esiste certo un'utilità nel sentirsi utili e se ne accorge il giorno dopo, quando non ha tirato giù, come gli capiterebbe altrimenti, finanche al coprimaterasso perché per questa volta non ha continuato a girarsi e rigirarsi senza trovare mai la pace della stanchezza. E' così strana la felicità di Khalid che quasi viene da credere che tutto sia una finzione, anche il suo sguardo virtuoso e ingenuo, null'altro che la parvenza di un pensiero ancora non troppo affinato nel gioco della recriminazione. E sarebbe certo roba da reazionari pensarlo felice di ciò che ha, perché ciò che ha è poco. Perché è sfruttato, perché non ha come lavarsi decentemente né ha un posto dove dormire che non sia una stanza divisa con altre quattro persone. "Datemi le vostre numerose masse" e noi insegneremo loro a non accontentarsi. Ma fino a quando? Qual è il limite oltre il quale l'insoddisfazione diventa egolatria? Francesco quel limite lo ha superato da tempo e ora tenta vanamente di ritornare indietro a una condizione di rispettabilità ormai perduta. e si incrociano senza avere nulla a che fare, nella loro transazione dei buoni sentimenti che alla fine è per uno obbligo e per l'altro restituzione del non meritato. Si incrociano nella vana speranza di poter essere simili, di assomigliarsi ancora un pò. Ma per quanto ci provino, per quanto tentino di farsi la frangia allo specchio dallo stesso lato, sono distanti come il sole e la notte. E uno insegnerà all'altro le parole per poter continuare a non comunicare o, forse, peggio ancora per ritrovarsi sempre più intimo a un mondo a cui non appartiene. Uno insegnerà all'altro le parole per comprendere il proprio suicidio o l'esigenza di andare via, quando ciò sarà possibile. Il cosmopolitismo, vano inganno per massoni impenitenti che dà vita a pessime poesie cacofoniche e all'irragionevole speranza di chi vorrebbe ancora trovare nell'assenza di limiti e confini un senso nuovo. E così pensa un occhio interiore, che porta ai tempi andati un critico rispetto, ma non ama loro così come non ha fiducia nel futuro. Un semplice occhio interiore, timido sull'uscio della nostra coscienza, mentre il mondo fuori lo guarda con le sue traiettorie macchiate di azzurro liquido e rosso elettrico. Non ha nemmeno la certezza di esistere o, di certo, non ha più fiducia nella sua autenticità. Ha creduto, si, di aver sperimentato il distacco e il superamento delle ideologie, ma si è trovato così disarmato di fronte alla sua paura. Null'altro che un'altra voce, Inneres Auge, per quanto tenti di nasconderlo dentro l'utilizzo ripetuto di locuzioni straniere, null'altro che un'altra voce nella polifonia e nell'incertezza del mondo. E mentre Khalid è pronto ad alzarsi in piedi, Francesco ha appena preso sonno. Certo sta ancora chiedendosi domani cosa farà per riempire la sua vita e non sentirla stupida eppure io queste certezza delle sue intenzioni non ce l'ho proprio. Inneres auge, lui almeno le palpebre le chiude, tu invece resti sbarrato e alteri la percezione del reale. Senza verità e senza falsità, la ferita sul corpo delle pretese assolutistiche, inneres auge muori di un eterno vivere senza posa. Il futuro procede oltre e ha fretta di essere consumato. Gregorio Sorgonà 10 novembre La comunidadPluripremiato dalle giurie di diversi Festival spagnoli soprattutto grazie, ma non solo, alla bravura indiscussa di Carmen Maura .... continua su http://controreazioni.wordpress.com/2009/11/08/la-comunidad-%e2%80%93-breve-dissertazione-sulle-psicosi-collettive/ Sulle crisi globali e le transizioni in itinereA dare retta alle notizie che vengono ripetute dei telegiornali occidentali e dalle istituzioni economiche internazionali la crisi economica a noi contemporanea sarebbe in fase di risoluzione. Il linguaggio della crisi, tengo a precisare, è in realtà buono a uso e consumo degli idioti, dal momento che in una crisi, anche nel suo pieno svolgersi, c’è sempre qualcuno che dalla crisi ricava un lucro. Il concetto di crisi, fatta eccezione per le pestilenze o le catastrofi climatiche, va relativizzato perché non colpisce tutti. Non è un assoluto, così come oggi se si parla di uscita dalla crisi in realtà si parla di un assestamento, all’interno di un sistema, delle posizioni dominanti, quelle del capitale finanziario, a scapito del benessere di una larga fetta della popolazione su cui la crisi è stata scaricata. Viene da ridere, quindi, quando quella che è stata presentata come la crisi economica più grave della storia viene data per risolta dopo un anno circa e in seguito all’adozione di interventi che riguardano esclusivamente l’aspetto finanziario del collasso. Qui c’è puzza di aria fritta e di inganno lontano un miglio, perché i problemi che si pongono oggi sono di portata epocale e di crisi realmente si può parlare nel senso che assistiamo, con moto accelerato dal 1989, a una fase di transizione in cui i due principali competitori del Novecento, Stati Uniti e Unione Sovietica, sono stati progressivamente e talvolta radicalmente affiancati quando non superati da nuovi competitori. La crisi cui noi assistiamo è che, di fronte a un cambiamento così epocale, non si sia ancora realizzata una chiusura politica capace di stabilire quale sia il soggetto egemonico capace di sostituire l’egemonia passata, nonostante il bisogno di quel nuovo soggetto egemonico sia reso evidente dai ripetuti fallimenti della politica estera statunitense nel mantenimento di un ordine globale (che costituiscono una linea pressoché continua, con qualche interruzione, dalla crisi del Vietnam la crollo del sistema sovietico alle attuali crisi irakene ed afgane). Questo dilemma sulla nuova egemonia è in realtà il vero punto della crisi, essendo il punto economico già da tempo risolto con una perdita di potere da parte delle forze operaie occidentali e delle loro rappresentanze sindacali e socialdemocratiche. La globalizzazione ha agito determinando la crisi del patto socialdemocratico di opposizione responsabile realizzato nel corso del Novecento e basato sull’esclusione del Terzo Mondo dalla redistribuzione del capitale. Si tratta ora di vedere chi sostituirà quel patto che stava alla base di un equilibrio di potenza tra Occidente e quello che con una formula non troppo adeguata, ma utilizzata in assenza di formule migliori, veniva definito Terzo Mondo.
Nel corso degli anni ’70 e ’80 si avanzò per in modo sempre più chiaro la possibilità che nuovi competitori sostituissero il primato statunitense. In corrispondenza agli anni ’80 questo ruolo venne prevalentemente attribuito al Giappone. Gli anni ’90 eliminarono questa eventualità senza tuttavia rendere meno evidente come, dopo il crollo dell’equilibrio bipolare, la possibilità di una crisi della nuova egemonia fosse probabile. Non casualmente in alcuni dei più importanti studiosi della società globale, come Wallerstein o Barraclough, si fece strada una vecchia intuizione del pensatore americano Du Bois, secondo cui la lotta di classe si sarebbe progressivamente razzializzata; partendo da premesse opposte a questo risultato sono arrivati anche alcuni teorici conservatori, anche Samuel Huntington, così da prefigurare un conflitto tra primo e terzo mondo che non corrisponde né alla contrapposizione est-ovest né a quella Nord-Sud, ma che internalizza il conflitto in un sistema mondo trasversale contro l’Occidente (descritto come una realtà accerchiata). Sostanzialmente oggi sappiamo quali sono i vettori del conflitto, ma non si comprende ancora quale sarà la via per la sua risoluzione, anche se l’impressione è che, attualmente, si preferisca un controllo concertato dell’economia mondo pur in assenza di un governo mondiale dell’economia. Di certo è che parte rilevante delle previsioni degli opinion makers più influenti in Occidente si sono rivelate drasticamente sbagliate. Profezie smentite come quelle di Paul Krugman, che pensò di poter leggere, nel 1997, il caso cinese in analogia a quello sovietico, dal momento che lo ritenne basato su fortissimi trasferimenti di popolazione dalle campagne all’industria e così si espresse in proposito: <>. Sostanzialmente, come sottolineano gli studi di Ikeda, il caso asiatico, ma più in generale l’emersione dal Terzo Mondo di nuove potenze economiche continentali, si è rivelato differente da quello socialista perché ha maturato un primato nell’economia finanziaria e nella capacità di competere sul mercato tale che oggi queste potenze, basti pensare al caso cinese, svolgono un ruolo fondamentale nella acquisizione dei debiti degli Stati occidentali. Ma è possibile tutelare un primato finanziario, e più latamente economico, senza una forza coercitiva? È questo il problema che si pone alle forze emergenti sullo scenario globale, dal momento che, oggi, il primato economico e quello politico-militare non sono individuabili nella stessa identica potenza. La guerra è stata, nelle fasi di transizione precedenti la nostra, un portato della permanenza delle ragioni dell’egemonia e della ricchezza di uno Stato esclusivamente dentro i suoi confini a cui è seguito il tentativo di altri Stati di scalare quelle posizioni di prestigio dopo essere entrati anche solo parzialmente dentro il sistema di scambio dello Stato egemonico. Il liberalismo globale ha rappresentato invece una fase seguente al conflitto che tuttavia ha sempre comportato la perdita dell’egemonia per lo Stato, o il sistema di Stati, vincente i conflitti. Il dilemma sta quindi in questa scelta tra allargamento dell’egemonia e successiva perdita della stessa. Un sistema di governance mondiale pensato al fine di “inflazionare il potere” degli Stati agenti al suo interno potrebbe costituire una forma di egemonia capace di rimettere insieme ai vecchi Stati egemoni anche i nuovi centri dell’economia mondiale evitando il ricorso classico al conflitto. Questi sono i fattori in campo e nessuno è evidente al punto da poter dire che la transizione è stata effettuata, l’unica cosa certa è che il processo transitorio è irreversibile. Toccherà alle azioni dei governi, piuttosto che alla nostra capacità di previsione o a una ancora più improbabile razionalità intrinseca alla storia, determinare quel nuovo assetto egemonico di cui queste serie continue di crisi e rialzi non sono altro che un sintomo. Gregorio Sorgonà 28 octobre La grande abbuffataNelle età passate, prima che delle feste si perdesse il senso e il radicamento nell’ordine sociale, il carnevale costituiva una inversione dei ruoli gerarchici dentro una società in cui la disciplina dei ruoli corrispondeva spesso alla differente disponibilità del cibo. E il carnevale, non fino a molto tempo fa anche qui in Italia, era appunto una grande abbuffata in cui, soprattutto nei villaggi, i poveri, o gli ex poveri passati attraverso il miracolo economico, trascorrevano un’intera giornata mangiando. Lo stesso corpo di Carnevale nel mio paese di nascita, ed è questo uno dei miei ricordi d’infanzia più nitidi, era composto da dolci e salsicce che venivano lanciati alla folla al termine di una rappresentazione “sacra” e dissacrante al tempo stesso. Il cibo svolgeva una funzione salvifica e il suo accaparramento, la sua ingurgitazione fino al vomito, sprecava un giorno per salvare i secoli. L’opera culto di Ferreri è, al contrario, un carnevale privato di ogni funzione salvifica, senza Re o redentori, che coinvolge, in una progressione pantoclastica, i suoi protagonisti fino alla loro estinzione. L’inversione radicale, anarchica e per questo privata di ogni intenzione restauratrice, è la cifra attraverso cui questo film va letto per mantenerne intatto il significato radicale.... continua su http://controreazioni.wordpress.com/2009/10/28/726/ La segreteria Bersani - una vittoria fragile (I)La prima impressione che ho tratto dalla presentazione della vittoria di Pier Luigi Bersani alle recenti elezioni primarie del Partito democratico è quella di una mancata corrispondenza tra l’immagine di passione e partecipazione certificata dal dato elettorale, e dalle testimonianze dei vinti e dei vincitori, rispetto alla percezione nel cosiddetto “Paese reale” dell’organizzazione di centro- sinistra. Sarebbe anche fin troppo semplice asserire, a questo proposito, che i dirigenti del Partito democratico non rappresentano adeguatamente le condizioni e le esigenze del “Paese reale” e per questo quindi perdono regolarmente le consultazioni elettorali allargate oltre la cerchia dei loro iscritti e simpatizzanti. La mia impressione, politicamente scorretta, e che credo sarà difficile vedere riprodotta in qualsiasi altra analisi dell’evento primarie, è che siano proprio iscritti e militanti del P.D., ben più dei loro rappresentanti deputati, a subire questo distacco tra la loro realtà e le realtà sociali oggi maggioritarie nel Paese. Il Partito democratico rappresenta un blocco sociale in sé perdente, chiuso dentro una ripetizione comunitaria di riti e parole d’ordine staccate dall’Italia reale e che, proprio per incapacità nell’affrontare questo suo difetto di arretratezza nel rapportarsi al Paese che aspirerebbe a governare, costituisce oggi una concentrazione di interessi e rivendicazioni progressivamente minoritarie e marginali negli equilibri sistemici nazionali.
Al contrario la visione dell’evento primarie nella dirigenza del P.D. si è dal principio soffermata sull’opportunità di rimarcare come la partecipazione di circa 3 milioni di cittadini alla scelta del nuovo segretario democratico rappresenti in sé sia una certificazione della vitalità del partito sia una ragione utile per difendere, Enrico Letta dixit, l’immagine stessa della democrazia italiana dalla rappresentazione “caricaturale” che ne viene data all’estero. La composizione del dato e il contesto in cui esso è maturato, in questo caso, è stata subordinata alla sua evidenza, come già in passato è avvenuto in occasione delle schiaccianti affermazioni di Romano Prodi e Walter Veltroni nelle precedenti elezioni primarie. Eppure, se si analizza il rapporto tra dato elettorale generale e elezioni primarie, si nota, come prima cosa che nel passaggio da Prodi a Bersani, attraverso Veltroni, la proporzione subisce una curva particolare per i nostri giorni: aumenta in modo evidente l’influenza del militante e del simpatizzante sul dato generale. I 4 milioni e rotti elettori che parteciparono alle primarie per la scelta della candidatura di Prodi al Governo dell’Unione corrisposero a circa 19 milioni 972 mila voti (elezioni politiche del 2006, risultato dell’Unione), i circa 3 milioni e 500 mila elettori che vennero coinvolti nelle prime primarie per l’elezione del segretario del P.D. corrisposero a circa 14 milioni di voti (elezioni politiche del 2008, risultato del Partito Democratico), gli attuali 3 milioni di partecipanti alle recenti elezioni primarie che hanno condotto Bersani alla vittoria equivalgono, probabilmente, a un elettorato di circa 10-11 milioni di voti. In circa 2 anni il numero dei partecipanti alle primarie è diminuito di circa il 15%, quello degli elettori di circa il 29%. Quindi l’influenza dell’iscritto e del simpatizzante rispetto all’elettore aumenta in termini percentuali, pur diminuendo in termini assoluti il numero e degli iscritti e dei simpatizzanti del Partito democratico. Questo dato è determinato, a mio modo di vedere, dalla solidificazione di uno zoccolo duro dentro il Partito democratico la cui rilevanza numerica non deve sorprendere né apparire particolarmente rilevante perché questo dato è più importante per gli equilibri interni del Partito democratico che per quelli interni al sistema politico italiano. Chi è quindi il partecipante medio alle elezioni primarie? La domanda è sbagliata in partenza perché non esiste un “partecipante medio” ma varie tipologie di elettori. Qui intendo soffermarmi principalmente sulle due che reputo le più rilevanti: il “dipendente” e il “simpatizzante”. Una tipologia di elettore è quella del “dipendente”, che non corrisponde alla figura passata del funzionario, quanto a quella dell’elettore che dal contrasto interno a un partito, e dai suoi risultati, determina la propria condizione di vita. Il “dipendente” è una figura classica in un sistema in cui la politica è una forma di professione regolarmente retribuita. In questa tipologia possiamo inserire quella burocrazia di partito che lega le sue fortune alle sue possibilità di ricandidatura e che quindi orienta, in virtù di questo obiettivo, le leve del proprio consenso locale in funzione di un risultato nazionale. Prendiamo i casi della Campania e della Calabria. In queste regioni, essendo ormai prossime le scadenze elettorali delle regionali 2010, si è realizzata una connessione forte tra gli interessi di un ceto politico locale con quelli della candidatura Bersani che, al di là della effettiva congruenza tra “progetti politici”, ha comportato una levitazione del dato elettorale dovuta al fatto che una mancata affermazione del loro candidato ne avrebbe impedito la ricandidatura. Questa figura del “dipendente” diventa numericamente interessante se a essa si associa la considerazione del circuito di “appartenenza” a cui esso fa riferimento e il cui consenso usa come merce nelle contrattazioni. Questa forma di “clientela” non è particolarmente interessata alla discussione nazionale né alle storie di riferimento e ai programmi dei propri candidati, attorno a cui si orienta cambiando colore e posizione a seconda dei casi e delle opportunità. Questa tipologia di elettore legge il nazionale in funzione del locale mancando, quindi, di una visione strategica della politica a un livello più ampio del proprio particolare. La prevalenza di questa tipologia dentro una struttura è comprensibile in forze appunto locali, quando essa si afferma in una forza a vocazione nazionale ne inibisce dal principio la finalità principale. Non si può stabilire se questa figura sia numericamente maggioritaria dentro il P.D.; di certo è difficile pensare che essa non sia fondamentale, risultando altrimenti non comprensibile il dato elettorale delle primarie in realtà, come quella meridionale, in cui i risultati del Partito Democratico hanno subito i tracolli più clamorosi nel corso delle consultazioni elettorali successive al 2006. Una seconda tipologia elettorale è quella del simpatizzante. Anch’esso, come il “dipendente” ma per ragioni diverse, vede nel P.D. uno strumento e non un fine dentro cui realizzare le proprie aspirazioni più intime. Il “simpatizzante” non inserito dentro una clientela non ha un rapporto di sudditanza con il ceto politico. Nel suo caso la definizione di una politica nazionale influisce in modo più rilevante sulla formazione del consenso ma manca di quella capacità organizzativa che è propria del ceto politico a cui non appartiene. Esso approccia la politica dell’esterno mancando spesso quella connessione tra desideri e realizzazione pratica degli stessi che lo spinge a delegarli a una elite politica di cui non si fida ma che non conosce a fondo. Per questa ragione non opera particolari distinzioni tra le offerte politiche interne allo schieramento per cui ha scelto di parteggiare. Non partecipando attivamente alla vita del Partito, ma solo agli eventi in cui questo Partito si riconosce come struttura nazionale, la sua importanza negli equilibri interni è proporzionale alla capacità che gli elementi interni al partito mostrano nella sua mobilitazione. Walter Veltroni, ad esempio, si era dimostrato impareggiabile in questa capacità, riuscendo a trascinare e coinvolgere i simpatizzanti del P.D. proprio non chiedendo loro altro sforzo oltre quello della partecipazione estemporanea. In assenza di questa volontà mobilitatrice il suo ruolo decade a favore della prima tipologia, la cui preminenza corrisponde a una mancata visione nazionale della politica italiana. Il dilemma di Bersani, persona che sembra ragionevole e assennata ma non per questo destinata a risolvere i nodi al pettine del P.D., è proprio quello di dover comporre due esigenze rappresentative così diverse dentro uno stesso partito. Per rapportare il P.D. alla sua vocazione e renderlo uno degli assi potenziali nella inderogabile riforma dell’Italia Bersani deve privilegiare la componente strategicamente più rilevante, quella dei simpatizzanti, facendo sì che per essi ciò che oggi è un mezzo per difendersi dalla deriva autoritaria del Paese diventi un fine per la sua riforma. L’immissione di forze nuove dentro il Partito democratico, forze in cui assenza resterebbe confermata la sua condizione minoritaria, dovrebbe risultare funzionale a sciogliere questo dilemma, tuttavia questo dilemma appare impossibile da sciogliere dal momento che lo stesso Bersani ha dovuto ricorrere all’appoggio di quegli apparati, e di quei dipendenti, per riuscire a vincere le primarie. La zavorra di Bersani è stata il suo elio, così che è riuscito a vincere contro un passato segretario indebolito dallo scarso sostegno interno alla sua candidatura. Sia Franceschini che Bersani sarebbero stati segretari dimezzati e entrambi avrebbero affrontato le stesse difficoltà. Una soluzione la si potrebbe trovare in un comune sforzo per il superamento di questa preponderanza del ceto dipendente dentro il Partito Democratico, soluzione che gli uomini di Franceschini sembrerebbero avere avanzato proponendo a Bersani una gestione unitaria del partito a patto di ridimensionare il ruolo interno di Massimo D’Alema, che del ceto dipendente è una icona trans partitica (basterebbe vedere la gioia repressa che i “funzionari” dei partiti della sinistra radicale provano guardando D’Alema parlare e sublimando nella sua indubbia capacità dialettica le frustrazioni di una comune miseria semantica). Per questa soluzione Bersani dovrebbe mostrare una capacità strategica capace di andare oltre quel buon senso che tutti gli attribuiscono. In questo caso la spregiudicatezza potrebbe valere molto più del buon senso, rimanendo, altrimenti, il P.D. destinato a un ruolo a rimorchio di altre forze meno malamente sottoposte al ricatto dei ras locali e della classe sociale più pericolosa che esista oggi in Italia: i morti di fame e i passati accattoni che hanno assaporato il benessere campando di politica. Gregorio Sorgonà |
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